guastafeste
/gua·sta·fè·ste/
FIG.
Elemento o motivo che impedisce l'attuazione di un progetto o sconvolge un piano prestabilito.

Siamo qui per rovinare la festa alla norma! L’Umbria Pride quest’anno porta per strada senza paura tutte le soggettività marginalizzate, ridicolizzate e oppresse da un sistema costruito per il benessere solo di chi ne rispetta i canoni. Noi siamo guastafeste perché eccediamo, perché puntiamo i piedi, perché non ci stiamo. Non ci stiamo a vivere nel silenzio e a sopprimere le nostre identità, non ci stiamo a coprire i nostri corpi perché giudicati non conformi, non ci stiamo a sottometterci alla censura e alla mistificazione, non ci stiamo a subire le scelte di un governo e di un’amministrazione che mettono in costante pericolo le nostre esistenze e che ci impediscono di immaginare nuove possibilità di soddisfazione personale e collettiva. Siamo le persone chiamate pesanti quando si oppongono alle discriminazioni, estremiste quando lottano per la libertà di tuttǝ, sfacciate quando si ribellano alle gabbie in cui ci avete costrettǝ, fastidiose quando praticano il dissenso.

Siamo guastafeste, e il 1° giugno cammineremo tuttǝ insieme.

Essere guastafeste nella nostra società significa in primo luogo disattendere il disegno che è stato previsto per noi ancora prima della nostra nascita, quando ci viene attribuito forzatamente un genere, e con quello un destino che non rispetta la libertà di sognare, di immaginarsi e di costruirsi fuori. Essere guastafeste significa rifiutare quello che è stato scelto acriticamente e violentemente per noi, sovradeterminando i nostri desideri e le nostre esistenze.

Quante volte abbiamo dovuto sfidare la norma, e quante volte la norma ha provato a riprenderci forzatamente dentro di sé? Tendendo una mano fintamente empatica, il cui unico interesse è non turbare lo stato fascio delle cose.

Quante volte abbiamo puntato i piedi, e quante volte abbiamo lasciato correre? A tutti i pranzi con famiglie e amicizie opprimenti, che sentono l’esigenza di limitare le nostra felicità per non confrontarsi con i dubbi delle loro.

Quante volte siamo statǝ spintǝ ancora più ai margini dalle istituzioni per la loro incapacità di farsi carico di tuttǝ, e quante volte abbiamo partecipato a questo gioco al ribasso sui nostri diritti accettandone il disegno? Ogni volta che ci hanno tolto l’energia per praticare il dissenso, ha vinto chi trae profitto e beneficio dal nostro silenzio.

Nel corteo, per le strade, durante il Pride e ogni giorno, a ogni tavola, in ogni gruppo, in tutti gli spazi, in tutte le case e in tutte le relazioni, urleremo più forte che noi siamo guastafeste e che non ci fermerete mai.

Lottiamo perché l’autodeterminazione sui nostri corpi sia non solo un diritto riconosciuto, ma un obiettivo di educazione sociale e civica, che metta al centro il percorso di ogni persona nell’affermazione del proprio genere e nello scegliere quali cambiamenti apportare per raggiungere la piena soddisfazione e felicità: senza limiti e preconcetti binari, e soprattutto sotto la tutela di un sistema sanitario che deve farsi carico dei bisogni di tutte le esperienze trans.

Lottiamo perché le forme relazionali che vogliamo vivere non siano sottoposte al vaglio della morale eteronormata: vogliamo il pieno accesso al matrimonio per tuttǝ, ma vogliamo anche il riconoscimento, la tutela e la fine dello stigma per le relazioni considerate altre, quelle non monagame, e che l’esclusività relazionale come forma di possesso patriarcale sia decostruita e privata delle sue componenti violente.

Lottiamo perché differenti forme relazionali siano riconosciute, e con queste anche le differenti possibilità di genitorialità e di riproduzione. La gestazione per altre persone, l’adozione e altre forme di coparenting: pieno accesso per le coppie omogenitoriali e affettive, ma anche per altre forme famigliari composte da più persone, sia per quelle che crescono già bambinǝ che per quelle che desiderano farlo.

Lottiamo perché la libertà di scelta sul proprio corpo e sul proprio utero non sia in bocca a nessunǝ altrǝ se non alla persona che ha in carico la gravidanza: l’IVG deve essere garantita, e il sistema sanitario pubblico deve essere riorganizzato in modo che questa possa essere portata a termine in ogni struttura e comune, senza stigma e violenza psicologica. L’assistenza e il supporto nei consultori deve essere lasciata libera dalle ingerenze di gruppi che limitano la libertà di scelta, i consultori devono essere finanziati e raggiungere il numero necessario per potere compiere il lavoro di educazione, assistenza, cura e prevenzione di uno Stato che troppo spesso ha delegato le sue responsabilità a realtà autogestite, e che ora le attacca smantellandole.

Lottiamo perché ogni orientamento sessuale e affettivo venga conosciuto, riconosciuto e rappresentato senza battute umilianti o dibattiti su cosa sia lecito e non lecito, possibile o non possibile provare. Vogliamo che la società si impegni a capire le possibilità altre che esistono fuori dall’eteronormatività, e che le esperienze di orientamenti differenti vengano ascoltate.

Vogliamo che le pratiche sessuali condannate dalla norma escano dall’ombra e vengano rivendicate per la loro bellezza e potenza liberatoria, lasciando che l’unica discriminante su quando una pratica sia giusta oppure no sia il consenso. Consenso che troppe volte vediamo ancora messo in discussione da uomini eterocis privilegiati dalla cultura pratriarcale in cui sono nati, e che praticano la violenza come strumento di potere culturale.

Lottiamo perché il lavoro sessuale venga riconosciuto e tutelato nella sua dimensione libera: e con tutela intendiamo anche una battaglia contro la tratta e lo schiavismo sessuale, che non ha nulla a che fare con la libertà di praticare un servizio di sex work.

Lottiamo perché il classismo, l’abilismo e il razzismo che si riversa sui gruppi sociali già marginalizzati come le soggettività LGBTQIA+, le persone razzializzate e le persone disabili, siano fenomeni di cui le istituzioni inizino a contrastare a ogni livello, da quello scolastico, a quello lavorativo, con il diritto allo studio, alla casa e al lavoro nel pieno della dignità di ogni persona e con pari possibilità di accesso alla felicità.

Lottiamo perché vogliamo che l’intersezionalità non sia una nuova parola commercializzata senza essere capita: vogliamo un’intersezionalità vera, che riconosca la matrice comune della violenza, della discriminazione del potere. Un potere patriarcale e machista, che scorre e prende la forma di invasioni, guerre, genocidi. Un potere che segrega e stabilisce una scala valoriale e di sfruttamento fra umani, ma anche fra umani e animali non-umani.

La nostra lotta è quella delle guastafeste che urlano, screpitano e che puntano i piedi, e da questa parata prenderemo tutta la l’energia di chi non vuole più vivere nel sopruso.

Questo è il giorno in cui ci prendiamo le mani e urliamo:

IO NON CI STO.

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